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Archivio Editoriali - 5 Dicembre 2020
a cura di Manlio Di Meglio

LE ULTIME PUNTATE DI SEIMILAUNO. NOVEMBRE 1970: MUSICA DAL VIVO AL PALASPORT DI TORINO

Cari amici, riprendiamo e concludiamo questa settimana il discorso sul programma televisivo “Seimilauno”, che andò in onda in prima serata sul Secondo Programma televisivo nelle cinque domeniche di novembre 1970.

La puntata in onda come quarta nella serata del 22 novembre è in realtà quella che era stata registrata per ultima, spostata al pomeriggio di martedì 13 ottobre per motivi di sicurezza, in seguito ai tafferugli scoppiati nel corso dello spettacolo precedente. Aprono lo spettacolo i “Paul Brett’s Sage, tre giovanotti e una ragazza che suona il flauto e il sax, Nicky Higginbottom. Il complesso si era formato sei mesi prima a Londra e propone il pezzo per il quale hanno avuto un discreto successo, ovvero “3D Monna Lisa”.

Altro complesso anglosassone quello dei Marmalade, che hanno quattro anni di esperienza alle spalle e possono quindi considerarsi dei veterani. Divenuti famosi con “Obladì obladà”, ora i cinque ragazzi del gruppo (quattro scozzesi ed uno inglese) passano alla musica underground. Si esibiscono con due pezzi, “Fire and rain” e “Rainbow”.

Ed ecco Nada, cui il successo non ha dato minimamente alla testa, lasciandola intatta com’era, tutta casa e scuola. Canta lasciando penzolare le braccia lungo il corpo, porta una camicia bianca, pantaloni neri e capelli rossi fluenti sulle spalle, lisci e lucidissimi. Interpreta gli ultimi suoi successi “Bugia” e “Colpa dell’amore”.

Dopo di lei, Mac Kissoon, accolto da grida sporadiche, subito riscattate e sepolte dagli applausi che accompagnano le due canzoni (“I care about you” e “Get down with it satisfaction”) di questo indiavolato interprete di rhythm and blues. Non è certo fra i più noti interpreti di questo genere, ma ha tutte le carte in regola per diventarlo. Ha 25 anni, è nato a Trinidad ed è cresciuto in quel background indispensabile per diventare un soul-singer.

Arriviamo così alla Formula Tre, uno dei pochi complessi “made in Italy” intervenuti a “Seimilauno”: “tre” perché questo è il numero dei componenti (Alberto Radius, romano, chitarra, Toni Cicco, napoletano, batteria, Gabriele Lorenzi, livornese, organo Hammond), “formula” in quanto si tratta di un complesso di nuovo tipo, nel quale manca il basso. Sono stati riuniti (ciascuno cantava per conto proprio) e lanciati da Lucio Battisti. Il loro primo disco “Questo folle sentimento” è arrivato quarto in Hit Parade. Si esibiscono con “Sole giallo, sole nero” e “Io ritorno solo”.

Quando poi Vittorio Salvetti, la voce fuori campo, annuncia urlando… “Ecco il più gettonato di tutti, il re dei juke-box, (lunga pausa)… Lucio Battiiiistiiiiii”, escono tutti dal letargo e scattano in piedi sventolando sciarpe e foulards. Inizia a cantare, e il pubblico va in estasi. Posa la chitarra per terra e la gratta col piede, interpreta tre canzoni: “Fiori rosa, fiori di pesco”, “Anna” ed “Emozioni”.

Alle 17,30 tutto è finito. Alle 20, la solita folla urlante, armata di pomodori e melanzane, assedia il Palazzo dello Sport aspettando la registrazione serale: alle 21, quando è ormai chiaro che non ci sarà nessuno spettacolo, inizia una sassaiola che terminerà un’ora più tardi: molte automobili in sosta ammaccate, un numero impreciso di contusi e diciotto teppisti arrestati.

Domenica 29 novembre va in onda l’ultima puntata. Manitas de Plata è un chitarrista, famoso in Francia e in Inghilterra, ma pochissimo conosciuto da noi, si chiama in realtà Ricardo Belardo. Nato nel 1921 a Séte, culla di Brassens e di Paul Valéry, Belardo, gitano catalano, viene scoperto quando ha già più di 40 anni, ed approda alla Carnegie Hall di New York, all’Olympia di Parigi, al Teatro delle Nazioni di Mentone. Ora si fa chiamare Manitas de Plata, mani d’argento, per quelle sue dita magiche e velocissime che strappano alla chitarra flamencos travolgenti. E pensare che non conosce la musica e suona ad orecchio. Sul palco di “Seimilauno” esegue “Bénédiction de la mer”.

Entra in scena Patrick Samson con due canzoni: “Vola vola va” e “Nana hey hey”. Il cantante è nato a Beirut, ma risiede a Torino dove lo si considera uno di famiglia. È reduce dal grande successo del Cantagiro 1969, dove era arrivato terzo tra i giovani con “Soli si muore”.

Lo scatenato organista londinese Brian Auger aveva cominciato a suonare come professionista soltanto cinque anni prima. Ora, 31enne e discretamente famoso tra gli esperti di musica pop, vive a Londra con la moglie, una ragazza sarda conosciuta a Milano, e il figlio Karmah di sei mesi. È divenuto popolare suonando nel complesso “The Trinity”, insieme con la cantante Julie Driscoll. Lasciata questa band, Auger ha formato un complesso nuovo di zecca, The Oblivian Express” ed è riuscito anche ad impiantare una Casa discografica dal nome insolito, “The Nasty Production Ltd”, ovvero “Produzione Disgustosa S.p.A”. Insieme al suo nuovo gruppo, propone “Just you just me” e “I want to take you higher”.

È il turno di Dalida. Questa cantante possiede un’arma di effetto irresistibile sullo spettatore italiano: le sue canzoni e la sua vita esprimono una struggente malinconia, desiderio di esistere e di amare al di là del dramma. Sta per risposarsi con Arnaud Desjardins, autore di libri sulla metafisica e studioso di filosofie e religioni, e dichiara di aver finalmente raggiunto una completa serenità. Fa un ingresso trionfale sul palcoscenico, vestita di viola per sfidare la sorte e cantando in play-back per sfidare il pubblico che fortunatamente non se ne accorge. Le sue canzoni sono “Un po’ d’amore” e “Darla dirladada”.

Il grande protagonista della serata è Gianni Morandi. Ha appena abbandonato il genere che lo consacrò divo – amore, lacrime, sentimento – per quello cosiddetto impegnato di “Al bar si muore” (che canta sul palco insieme a “Un mondo d’amore” e “Occhi di ragazza”). Ma il gradimento resta immutato così come la sua capacità di elettrizzare milioni di persone. D’altronde, le sue canzoni continua a fargliele su misura Franco Migliacci, che in sei anni non gli ha mai sbagliato un verso o una parola.