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Archivio Editoriali - 25 Maggio 2019
a cura di Fiorenzo Pampolini

1969: CANZONI ITALIANE ALL'ESTERO. DA "NEL BLU' DIPINTO DI BLU'" A "IL PARADISO".

Cari amici, 50 anni fa il Radiocorriere TV dedica un articolo alla fama della canzone italiana nel mondo, sottolineando nel titolo che “Esportiamo canzoni, non cantanti”, e fornisce diversi esempi in merito.

Nel 1968, Patty Pravo ascoltò a Londra un disco degli Amen Corner che le piacque molto. Era intitolato “Half as nice” e sembrava tagliato su misura per lei. Bastava proporlo alla sua Casa discografica per ricavarne un successo capace di eguagliare, se non proprio “La bambola”, almeno “Sentimento”.

Così Patty comperò una copia di “Half as nice” e la portò a Roma senza neanche guardare l’etichetta del disco. La guardò invece il suo direttore artistico, scoprendo che tra i nomi degli autori figurava quello di Lucio Battisti. Raggiunto telefonicamente a Milano, Battisti spiegò che non aveva ceduto segretamente una canzone agli Amen Corner. Ma si trattava semplicemente della versione inglese de “Il paradiso”, una sua composizione di qualche anno prima che era stata incisa senza fortuna da Ambra Borelli. Riportata in Italia, la canzone è diventata un successo di Patty Pravo.

L’episodio è curioso e dimostra due cose: anzitutto che i dischi pubblicati mensilmente in Italia (200-250 in media) sono tanti che qualcuno, anche tra i migliori, può passare facilmente inosservato, e poi che le nostre canzoni, contrariamente a quanto in genere si crede, hanno buoni clienti all’estero. Sono i cantanti che (con pochissime eccezioni) non hanno un mercato. I nostri autori, invece, riescono a piazzare ogni anno diversi pezzi sul mercato internazionale, ottenendo quasi sempre notevoli successi.

Caso clamoroso è quello della canzone “Piano”, di Tony De Vita, incisa da Mina, che fu poi ripescata da Frank Sinatra e divenne un best-seller. “Quando m’innamoro” di Anna Identici toccò i vertici del successo internazionale appena entrò nel repertorio di Engelbert Humperdinck. Tom Jones balza ai vertici delle classifiche con “Love me tonight”, versione inglese di “Alla fine della strada” che Junior Magli e The Casuals portarono a Sanremo senza neppure arrivare in finale.

E ancora: in America quasi nessuno conosce Celentano, ma la sua “Grazie, prego, scusi” piace nell’interpretazione di Dean Martin. E le due edizioni del “Cantaeuropa”, carovana itinerante di cantanti italiani organizzata come appendice del Cantagiro, hanno avuto molto successo in Germania e Svizzera, dove lavorano molti italiani, ma sono state letteralmente snobbate a Parigi.

Quelli che invece non riescono a ottenere molto credito a livello internazionale, sono i cantanti. Nella graduatoria dei campioni d’incasso discografico pubblicata nel 1969 dal “New Musical Express” non figurava nessun italiano. Al primo posto c’era Tom Jones, seguivano i Beatles, Engelbert Humperdinck, Des O’ Connor, i Love Affair, la Union Gap, i Bee Gees, i Tremeloes, i Beach Boys, Louis Armstrong, Mary Hopkin, Donovan, ecc. Inglesi e americani, insomma, sembrano aver fatto piazza pulita sul mercato del disco.

C’è poi qualche eccezione occasionale, come Gigliola Cinquetti, il cui disco sanremese “La pioggia” è tra i più venduti in Francia e Spagna, ma è anche vero che Mina non ha difficoltà ad ammettere che quando va in America può concedersi il lusso di fare una passeggiata senza essere riconosciuta da nessuno.

D’altra parte, un cantante italiano non può avere la stessa “forza d’urto” e le stesse probabilità di penetrazione d’un cantante anglosassone, se non altro per ragioni linguistiche. Si pensi per un momento alle proporzioni del mercato discografico di lingua inglese rispetto a quelle del mercato italiano. Tuttavia, sarebbe lecito attendersi che i nostri divi della canzonetta riuscissero a procurarsi una certa quotazione perlomeno quando hanno successo le loro canzoni. Invece, l’eco delle loro ormai frequenti tournées all’estero supera raramente i limiti delle comunità di connazionali emigrati.

Le eccezioni si possono contare: Claudio Villa che è notissimo in Giappone, Tony Renis ed Emilio Pericoli che sono tra i beniamini della “jet society” internazionale, Katyna Ranieri che negli Stati Uniti è più apprezzata che in Italia.

E poi c’è l’exploit di Domenico Modugno che nel 1958 divenne famoso in tutto il mondo con “Nel blù dipinto di blù”, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Mister Volare”. Ma Modugno, oltre al grande talento di compositore, poteva vantare una carica di esuberante personalità che nessun cantante italiano delle generazioni più giovani ha avuto.