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Archivio Editoriali - 14 Novembre 2020
a cura di Manlio Di Meglio

SEIMILAUNO 1970. IN TV, MUSICA DAL VIVO DAL PALAZZO DELLO SPORT DI TORINO

Cari amici, domenica 1° novembre 1970, va in onda in TV sul Secondo Programma alle ore 21,15 la prima puntata di “Seimilauno”: idoli e canzoni “pop”, musica seria e folklore sono i tre ingredienti dello spettacolo realizzato sotto la cupola del Palazzo dello Sport di Torino, con la regia di Lino Procacci, e la voce fuori campo di Vittorio Salvetti.

L’idea di “Seimilauno” nacque quasi casualmente un anno prima e incominciò a consolidarsi dopo il primo dei concerti popolari, quello tenuto da Celibidache al Palazzo dello Sport: 4 mila persone, un delirio. Allora, si pensò che forse, sostituendo la musica leggera alla musica sinfonica, sarebbe stato possibile ottenere un successo ancor più clamoroso.

Il concerto di Celibidache aveva permesso anche di stabilire che l’acustica del Palazzo dello Sport era buona: perché dunque non trasformarlo in un enorme studio televisivo? E perché, invece degli spettatori che applaudono a comando negli studi televisivi, non avere un pubblico genuino, dai riflessi spontanei?

Peccato che i risultati, durante le registrazioni delle puntate, non siano stati così soddisfacenti. Il pubblico era costituito in buona parte da contestatori antidivistici, per cui si sono verificate alcune rumorose dissacrazioni dei cantanti che si esibivano sul palco, come nel caso di Samantha Jones che appare sul video spaventata mentre cerca di schivare i pomodori. Così, le reazioni del pubblico che avrebbe dovuto essere il vero protagonista dello spettacolo, sono tali da scoraggiare il regista Lino Procacci a fare riprese sulla folla che assisteva allo spettacolo.

Durante la prima serata – registrata il 25 settembre – ottomila persone, invece delle seimila previste, invadono il Palazzo dello Sport, ma non si verificano scene particolari di contestazione. Ma nelle puntate successive si verificano tumulti e gli eccessi scatenati dello spettacolo inducono i dirigenti della RAI a sospendere le registrazioni, per cui alla fine le puntate saranno 5 invece delle 6 previste.

Ma torniamo alla prima puntata. Aprono la serata i Ricchi e Poveri, i due maschi in camicia di lamé rosa, una ragazza in midi nero, l’altra con la camicetta bianca a toppe dorate e gonna lunga nera. Cantano “In questa città”, “La prima cosa bella” e “Primo sole, primo fiore”, la canzone che hanno presentato di recente alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia. Uragano di applausi: piacciono, e piacciono molto. Dopo il successo all’ultimo Sanremo, con “La prima cosa bella”, il loro cachet è salito a 800mila lire per sera.

Dopo di loro, entra disinvolto in pedana Massimo Ranieri, tra le urla isteriche delle ragazzine. Ma la sua aria perbene – capelli corti ben pettinati, camicia bianca, cravatta – commuove anche le cinquantenni. Fra gli idoli di recente estrazione, Ranieri impersona l’anticontestatore sempre alla mano e sempre gentile, che si è fatto da solo e con i guadagni mantiene la mamma e i fratellini. Canta compostamente, camminando su e giù per il palcoscenico, seguito da tre cameramen con telecamera mobile per i primi piani. Il ragazzo napoletano ha interpretato nel giro di 3 mesi un telefilm (“La sciantosa” con Anna Magnani) e tre film, ha partecipato al Cantagiro e si è esibito in 40 serate. Ora, va dicendo di essere stanco e di rimpiangere i tempi in cui era semplicemente uno scugnizzo e si chiamava Giovanni Calone, ma non bisogna credergli.

Un breve intermezzo necessario per calmare un po’ l’ambiente, quindi è il turno dell’Orchestra Sinfonica della RAI. All’inizio, i 90 professori vengono accolti con un brusio di curiosità, quindi si levano nell’aria le note della quinta sinfonia di Beethoven. A questo punto, scoppiano nella sala applausi a scopo disturbatorio, per cui questa esibizione in TV non si vedrà e sarà sostituita dalla sinfonia della “Gazza ladra” di Rossini.

A seguire, entrano in scena a passo di corsa i Rare Bird accolti dalle urla frammiste ad applausi che, d’ora in poi, saluteranno l’ingresso sul palco di ogni complesso. I quattro ragazzi inglesi sono passati improvvisamente in testa alle classifiche con “Sympathy”, canzone dal testo vagamente contestatorio (“c’è bisogno di simpatia e di comprensione per il prossimo”). È l’unico complesso con due strumenti a tastiera: piano e organo elettrico. Sono insieme da un anno circa e insieme compongono quasi tutte le canzoni: suonano nei colleges, per gli studenti, ed hanno addirittura in programma una tournée attraverso tutti i colleges americani della East Cost. Sul palco di “Seimilauno”, oltre alla loro hit del momento, “Sympathy”, propongono anche “Beautiful scarlet”.

Dopo di loro, entrano in scena gli Aguaviva: si presentano di schiena, con le braccia levate e le mani aperte verso il cielo. Il pubblico li accoglie in un silenzio stupito. Sono in nove (4 uomini e 5 donne) e si schierano sulla pedana imbracciando i pochi strumenti – due chitarre e un cembalo -  mentre il solista José Antonio Muñoz attacca con la sua voce profonda l’inizio del pezzo “Poetas andaluces”, al quale seguirà “Cantaré”. Gli Aguaviva sono un gruppo di studenti e giovani insegnanti spagnoli (4 laureati in filosofia, 2 in storia e pedagogia) i quali hanno raggiunto il successo nel loro Paese con un genere fuori dal comune, volgendo in musica le liriche dei più significativi poeti contemporanei spagnoli, dall’esule Rafael Alberti a Garcia Lorca a Leon Felipe.

Ed ecco entrare in scena Patty Pravo, il mito del momento. Applausi scroscianti, urla e un coro ben scandito accompagnano i suoi primi passi verso il centro della pedana: “Bo-na, bo-na, bo-na”. Lei, la diva, con i capelli quasi bianchi raccolti lisci in un sofisticato chignon, il viso lunare privo di sopracciglia, il lungo abito nero tempestato di paillettes, avanza a braccia aperte e sollevate verso le tribune. Nessuno riesce a sentire niente per il frastuono, ma va bene lo stesso.
Canta “Il mio fiore nero”. Alla seconda canzone, “La solitudine”, entra in scena l’attuale partner della cantante, Robert Charlebois, e scoppia il finimondo, gli spettatori si sentono traditi.

Lo spettacolo si chiude col balletto folkloristico della Guinea: sette ragazzi e tre ragazze che ballano ancheggiando. La loro verve scatenata contagia subito il pubblico: impossibile resistere a quei sette diavoli che si agitano, roteando occhi neri. Uno di essi fa pure il mangiafuoco, fra ovazioni senza fine.