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Archivio Editoriali - 12 Marzo 2011
a cura di Fiorenzo Pampolini

I MANIFESTI DI "GIOVANI" - I CAMALEONTI

Cari amici, eccoci ad un altro appuntamento con i manifesti che la rivista settimanale “Giovani” (si veda in proposito il nostro editoriale del 22 gennaio) regalava ai suoi lettori. Sul retro di questi manifesti, i redattori della rivista Agostino Mantegazza e Lucio Salvini raccontavano la storia del protagonista del poster. Nelle scorse settimane, abbiamo rivisitato i manifesti di Sonny and Cher e di Little Tony. Oggi, tocca ad un gruppo storico della canzone italiana, i Camaleonti. Ecco come ce li raccontarono nel 1966 Mantegazza e Salvini.

C’erano una volta “I Beatnik”. La storia dei Camaleonti comincia proprio così. “I Beatnik” erano un duo vocale e strumentale che qualche anno fa si esibiva con un certo successo in molte balere milanesi di periferia. Gerardo Manzoli, detto Gerry, e Ricky Majocchi erano i due “beatnik”. Il primo suonava il basso e l’altro la chitarra. Erano due amici per la pelle. Nessuno dei due aveva voglia di studiare e la loro più grande gioia era quella di poter restare per intere giornate chiusi in una stanzetta ad ascoltare “dischi americani”. Erano dischi che Gerry si faceva prestare da un suo amico ricco, ricco perché il padre andava spesso negli Stati Uniti e ogni volta ne ritornava con una valigia di dischi nuovi e meravigliosi per il figlio.

Fu forse ascoltando gli Everly Brothers che nella mente dei due nacque l’idea di formare un duo vocale. Con i risparmi si erano comprati degli strumenti che, a prezzo di duri esercizi, avevano imparato a suonare in modo più che egregio. Nessuno conosceva la musica ma una specie di istinto aveva colmato le loro lacune… da conservatorio.

Gerry e Ricky amavano vivere liberi, senza inibizioni e restrizioni; impagabile era per loro la gioia di fare quello che avevano in testa! Nessun nome meglio di “Beatnik” parve più adatto per battezzare il loro duo. Per sei mesi furono costretti a suonare gratis, pur di farsi sentire. Ma in sei mesi erano diventati popolari in quel mondo periferico fatto di giovani con passioni genuine e tanto entusiasmo in corpo.

Ricky già allora aveva il fisico del… personaggio. Magrissimo, quasi scheletrico, la sua figura era quasi irreale, evanescente, con quel volto scavato, pieno di lentiggini e due occhi azzurri, pungenti come spilli, che quando ti guardavano sembravano sempre chiederti qualcosa che non capivi mai. Di carattere chiuso e col sorriso assai raro, Ricky capì presto che la via del successo era quella di formare un complesso sulle fondamenta dei “Beatnik”.

Gerry fu senz’altro d’accordo. Anche lui malato di musica fino al midollo non vedeva la propria esistenza fuori dall’ambiente musicale ed era convinto, al pari di Ricky, che con un po’ di fortuna sarebbero usciti dall’anonimato o da quella scarsa popolarità che godevano alla periferia di Milano. Biondo e con gli occhi azzurri, Gerry era già allora definito un “duro” dai principi ferrei, e molte ragazzine di Porta Ticinese e Porta Romana già allora avevano incominciato a soffrire per lui.

Una volta accettata l’idea di formare un complesso restavano da risolvere alcuni grossi problemi. Tra i tanti, due erano fondamentali: primo, trovare altri tre ragazzi capaci di suonare e cantare in modo egregio; secondo, che questi tre nuovi elementi fossero dei ragazzi con cui Ricky e Gerry avrebbero potuto diventare amici nel giro di poche ore. Sì, perché per i “Beatnik” l’amicizia era ancora più importante del fatto di stare insieme e suonare della musica.

La ricerca fu lunga e poco fruttuosa. Dei numerosi elementi che Ricky e Gerry avevano provato, nessuno pareva avere i requisiti necessari per poter far parte di questo famoso complesso che cominciava a diventare una specie di sogno proibito. Poi finalmente Ricky ebbe il lampo di genio. Se tra coloro che erano a spasso non erano riusciti a trovare qualcuno adatto a loro, perché non tentare di “rubare” tre elementi a qualche altro complesso già in attività? L’idea parve buona e così dopo qualche settimana un complesso moriva perché tre dei migliori elementi se n’erano andati e un altro nasceva perché i tre elementi erano stati finalmente trovati.

I tre in questione erano Livio Macchia, Paolo de Ceglie e Tonino Cripezzi. Livio era una chitarra solista di prim’ordine. Posato, tranquillo, era un tipo che non s’arrabbiava mai: capelli nerissimi e lunghe basette; suonare la chitarra era per lui l’unico modo di vivere bene. Paolo de Ceglie invece suonava la batteria. Grande, sportivo, veniva chiamato il gigante per la sua taglia atletica, ma il suo carattere era mite e buono appunto come quello di molti giganti. Solo suonando la batteria Paolo riusciva a dar libero sfogo a tutta la sua forza, tanto che nessun batterista italiano consumava ogni mese più bacchette di lui. Tonino era la matricola. Giovanissimo, eppure valente organista, aveva anche una voce niente male ed era proprio del timbro che ci voleva per amalgamarsi con quella di Ricky che sarebbe stato il cantante solista del futuro complesso.

Così dopo tanti sforzi e tanti mesi di speranze il complesso era formato. Ci furono le solite lunghe, estenuanti prove in cantina, poi “I Camaleonti”, così era stato deciso di battezzare il quintetto, debuttò ufficialmente al Santa Tecla, un locale milanese tempio del jazz che tentava ora di inserire tra i propri “numeri” qualche complesso beat. Tra le difficoltà e l’ostilità iniziale i “Camaleonti” ottengono un successo strepitoso; i giovanissimi cominciano a rifrequentare il locale e nel giro di poche settimane “I Camaleonti” diventano popolari e firmano il loro bravo contratto discografico.

Da allora è passato circa un anno ed i Camaleonti si sono veramente fatti strada tra l’intricata selva dei molti complessi beat italiani. Il loro disco “Sha la la la” (è la versione italiana del celebre brano inglese) ha avuto grande successo tra i giovani; e anche al recente Cantagiro,  piazzandosi quarti, hanno confermato che dopo pochi mesi di attività i Camaleonti stanno veramente andando forte (Il Cantagiro in questione è quello del 1966, al quale i Camaleonti partecipano nel girone C, quello dei complessi, con la canzone “Chiedi chiedi”, n.d.r.).

Qualche settimana fa, Ricky Majocchi ha lasciato il gruppo. E’ stata una partenza senza lacrime da entrambe le parti. Il dissidio era nell’aria, perché Ricky ha deciso probabilmente di tentare la carta del cantante solista, e i primi ad augurargli buona fortuna sono stati proprio i suoi amici. Lo sostituisce Mario Lavezzi, un giovane di 22 anni.

Bene, cari amici, fin qui la storia raccontata da “Giovani” 45 anni fa. Nel frattempo, il percorso dei Camaleonti che allora era appena all’inizio è proseguito fino ad arrivare ai giorni nostri. Spesso, capita di vederli oggi in televisione a ripercorrere la loro lunga carriera costellata di successi e grandi soddisfazioni come la vittoria al Disco per l’estate nel 1973.

Ed allora, torneremo a parlare di loro la prossima settimana. Pubblicheremo le carte d’identità dei cinque Camaleonti del 1966, così come le pubblicò la rivista “Giovani” sul retro del poster, e vi racconteremo il seguito della storia di questo grande gruppo della canzone italiana.