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Archivio Editoriali - 12 Dicembre 2020
a cura di Fiorenzo Pampolini

IL SECONDO TURNO DI CANZONISSIMA 1970 E IL PRIMO ALBUM DEL "BEATLE SILENZIOSO" GEORGE HARRISON

Cari amici, torniamo oggi a parlare dell’edizione 1970 di Canzonissima, condotta da Corrado e Raffaella Carrà con la regia di Romolo Siena. Qualche settimana fa avevamo passato in rassegna i 36 cantanti in gara (18 uomini e 18 donne) che si erano sfidati a coppie nelle prime sei puntate dal 10 ottobre al 14 novembre.

Il 21 novembre prende il via la seconda fase, alla quale partecipano i 24 cantanti che avevano superato il primo turno. Nella prima puntata della seconda fase si esibiscono le coppie formate da Gianni Morandi e Patty Pravo (“Chissà… però” e “Non andare via”), Tony Del Monaco e Caterina Caselli (“Cuore di bambola” e “La mia vita la nostra vita”), Peppino Gagliardi e Carmen Villani (“Ti amo così” e “Due viole in un bicchiere”), Nino Ferrer e Dalida (“Un giorno come un altro” e “Non è più la mia canzone”). Vanno in semifinale Gianni Morandi, Patty Pravo, Tony Del Monaco e Caterina Caselli.

Nella puntata del 28 novembre si esibiscono le coppie formate da Massimo Ranieri e Rita Pavone (“Aranjuez amor mio” e “Finalmente libera”), Little Tony e Orietta Berti (“Riderà” e “Fin che la barca va”), Giorgio Gaber e Gigliola Cinquetti (“Il signor G sul ponte” e “La domenica andando alla Messa”), Michele e Mirna Doris (“Ti giuro che ti amo” e “Le rose del cuore”). Promossi in semifinale Massimo Ranieri, Rita Pavone, Little Tony e Orietta Berti.

Nella puntata del 5 dicembre, si esibiscono le coppie formate da Mino Reitano (“L’uomo e la valigia” e Iva Zanicchi (“Un fiume amaro”), Claudio Villa e Marisa Sannia (“T’amo da morire” e “Come stasera mai”), Gianni Nazzaro e Ornella Vanoni (“Pioverà” e “Una ragione di più”), Peppino Di Capri e Rosanna Fratello (“Suspiranno” e “Non sono Maddalena”). Promossi in semifinale Mino Reitano, Iva Zanicchi, Claudio Villa e Marisa Sannia.

Dal 12 dicembre, iniziano le semifinali di Canzonissima 1970, che si svolgeranno in due serate (12 e 19 dicembre). Le sei coppie rimaste in gara, da questo punto in poi, dovranno proporre canzoni inedite per conquistare gli otto posti disponibili per la finale del 6 gennaio. Ne riparleremo la prossima settimana.

Voltiamo pagina, e parliamo di George Harrison, il “Beatle silenzioso”, così come viene definito dal titolo di un articolo uscito sul Radiocorriere TV di 50 anni fa, che riprende un pezzo del settimanale americano “Time”, a proposito della notizia dell’uscita del primo long-playing realizzato da George Harrison come solista, un triplo album appena messo in commercio in Inghilterra e negli Stati Uniti, che ha sorpreso non poco i critici e gli appassionati.

“Per quanto glielo abbia consentito il fatto di essere uno dei Beatles, George Harrison ha sempre cercato di condurre una vita da uomo invisibile. Paul Mc Cartney e John Lennon sono stati portati in trionfo come i geni dei compositori pop di oggi, Ringo Starr si è fatto notare quasi più di Lennon e Mc Cartney, esplorando anche altri campi dello spettacolo. George, invece, è sempre stato il Beatle apparentemente più tranquillo e riservato”.

“Nonostante le apparenze, però – prosegue il “Time” – Harrison è ed è stato uno dei più attivi fra i musicisti e i personaggi della pop-music mondiale”. Fu infatti lui, per esempio, che nel 1965 creò la moda del “raga-rock” introducendo uno strumento poco usuale come il sitar (la chitarra indiana) nell’organico dei Beatles, nell’incisione di “Norwegian Wood”. Fu lui, un anno dopo, a convincere gli altri Beatles a dedicarsi alla meditazione trascendentale e portarli in India nel monastero del santone Maharishi Yogi, dove furono seguiti da quasi tutti i più famosi cantanti e musicisti inglesi e americani.

Fu sempre Harrison a introdurre nella pop-music inglese molte soluzioni caratteristiche delle musiche orientali, a lanciare la moda delle case dipinte a colori psichedelici (ha vissuto per anni in un ranch visibile da 30 chilometri di distanza per via dei suoi colori assurdi).

Harrison insomma non è mai stato un divo, ma nemmeno una persona di ordinaria amministrazione. E fuori dell’ordinario è anche il suo primo disco, “All things must pass”, definito dai critici “uno dei più straordinari album di rock realizzati negli ultimi anni, sia dal punto di vista musicale che da quello ideologico”.

“All things must pass” (Tutte le cose devono passare) contiene 15 composizioni dello stesso George, una di Bob Dylan (“If not for you”), e una scritta a quattro mani da George e Dylan (“I’d have you anytime”): 17 brani che parlano di Dio e dell’amore, della solitudine e dell’induismo, della pace e del matrimonio.

La musica è un rock moderno ma non troppo di avanguardia che un critico ha definito “di ispirazione wagneriana nello stile e nel largo respiro”. Questi alcuni dei titoli: “My sweet Lord”, “What is life”, “Beware of darkness”, “Behind that locked door”, “Awaiting for you”. Tutte le canzoni sono raccolte nei primi due dischi dell’album; il terzo contiene una serie di brani improvvisati in una “jam-session” alla quale partecipano tutti i musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco: dal chitarrista di Nashville Pete Drake all’inglese Eric Clapton, da Ringo Starr a Bob Dylan, con l’intervento di un coro indicato come “The George O’Hara-Smith Singers” e che in realtà non è altro che lo stesso Harrison, il quale ha sovrapposto la sua voce cinque o sei volte in sala d’incisione per avere l’effetto di un intero gruppo vocale.

NdR. Dall’album sarà estratto il singolo “My sweet Lord” che arriverà nella Hit Parade italiana all’inizio di marzo e resterà in classifica tra i primi dieci per 17 settimane.