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UN BUCO CON DUE CANZONI INTORNO
Storia del 45 Giri
a cura di Gianluca Barezzi

Capitolo 5 - Il folk italiano da Aldo Maietti a Franco e Benia-Mino Reitano

Vi sono due generi musicali, appartenenti a un passato neanche troppo lontano, che il collezionista di 45 giri aborre. Si tratta del genere folk e del genere melodico, sviluppatisi su questo supporto nel decennio 1955-1965.

Il folk rappresenta un filone che l’italiano, per una forma di snobbismo popolare e popolano, relega all’antiquariato. Tutto ciò che è folk è del nonno. Anzi, ormai del bisnonno.

Fortunatamente sappiamo che non è così per tutti, se le discoteche di solo liscio impazzano non solo d’estate ma anche d’inverno, in città come in campagna; e che vi è un pubblico adulto, alimentato anche da una buona affluenza di ventenni, che frequenta corsi di tango, polka e mazurka.

La funzione coreutica del folk è sempre quella che sfugge ai suoi detrattori. Il ritmo cadenzato, quei quarti e ottavi da contare mentalmente e da abbinare a passi, figure, intere coreografie che arrivano da una tradizione popolare, hanno l’unico scopo di far ballare e divertire. E il divertimento scorre copioso nelle vene di chi calca i parquet delle sale di liscio.

Questo è il senso dei milioni di dischi di folk venduti tra il 1955 e il 1965, intorno a cui si sviluppa una vera e propria industria nell’industria.

Un’intraprendente del campo è, ad esempio, Aldo Maietti, che alla fine del 1959 fonda una propria casa discografica, la Maietti appunto, per incidere le composizioni sue e della sua orchestra. La maison č specializzata in tanghi. Tanto che la collana pių famosa prende il nome di L’ora del tango.

Ma Maietti non è che un emulo delle molte orchestrine di liscio che allietavano feste popolari e private dell’epoca. Per la Durium registrano infatti ben prima di Maietti, Edoardo Lucchina e Leonildo Marcheselli. La loro produzione è composta per lo più da tanghi, di cui uno degli autori principi è… Peppino Principe, originario del Gargano, che dopo una lunga parabola da fisarmonicista tra jazz e folk tenta la carriera con l’etichetta eminente nel Sud, la Vis Radio. Erano gli anni di Gorni Kramer (che aveva iniziato negli Anni Trenta), di Wolmer Beltrami, del virtuoso Gervasio Marcosignori. Principe ha scritto pagine importanti sia come interprete jazz che come compositore di tango, arrivando a essere considerato da molti ancora oggi il Piazzolla italiano.

Dall’escalation dei grandi maestri del liscio dei Cinquanta nasce l’imprenditoria del folk: per la Embassy, etichetta di musica popolare nata nel 1958, incidono le orchestre di Enzo Amadori, Paride Miglioli e Umberto Casè, che vendono anche all’estero con EP export oggi di difficile reperibilità.

Nel 1958 appaiono i primi 45 giri di Secondo Casadei, classe 1906, che aveva iniziato a suonare a 16 anni e già nel 1928 mette in piedi la sua prima orchestra. Quattro anni prima, nel 1954, Casadei incide Romagna mia, titanico campione di incassi che ancora oggi è l’inno di tutte le balere d’Italia. Il nostro violinista forlivese lavora nei primi Sessanta per La Voce del Padrone, la Columbia e la Pathè, etichette tutte riunite in seguito nel colosso EMI. Morirà all’età pensionabile nel 1971. Raoul Casadei, il nipote che già alla fine degli Anni Cinquanta aveva raccolto il testimone del nonno e che con lui si esibiva in un pirotecnico duo, porta avanti per quarant’anni il messaggio del folk: divertirsi con gusto; finché nel 2000 cederà lo scettro, dopo aver inciso centinaia di singoli e album, al figlio Mirko.

Non possiamo trascurare i miti della musica popolare d’oltreoceano. Nel 1957 fanno il loro ingresso in Italia l’americano Emil Coleman (su dischi RCA) e il francese Ray Colignon (Philips). Il primo “tratta” tanghi argentini, che ovviamente ispirano la produzione musicale italiana sin dalla loro comparsa negli Anni Venti; il secondo è un virtuoso della fisarmonica e della musette (curioso strumento della famiglia delle cornamuse) con cui rielabora la musica parigina e la esporta in tutto il mondo. In Italia Colignon spopola a cavallo dei due decenni grazie all’etichetta Philips, che commercializza gran parte della sua produzione su Extended Play, non disdegnando il 33 giri.

Ma la musica folk arriva da tutto il mondo, ed ecco quindi i Three Jacksons e Les Frères Medinger, sempre su dischi Philips, che dall’Olanda e da Parigi ci offrono un pot-pourri di brani tradizionali.

Una chicca curiosa è l’ultimo disco che presento in questa carrellata: la prima, acerba incisione di Mino Reitano. Si tratta di Ah! Ddi tempi ri me nonna e Sceccareddu meu, due canti popolari in calabrese risalenti al 1960, a quando, prima dell’esordio ufficiale del 1961 come solista, si esibisce con il fratello Franco, compositore e suo manager per l’intera carriera. Franco incise pochi singoli per la Fonit. In uno di questi (Fonit SPS 0167, etichetta verde) permise al fratellino Beniamino di iniziare a cantare. Chi l’avrebbe detto che l’artista di Fiumara fosse partito dal folk?  5 – continua.