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Archivio Editoriali - 12 Marzo 2016
a cura di Fiorenzo Pampolini

1976: I GIOVANI POETI DELLA CANZONE: RICCARDO COCCIANTE E ROBERTO VECCHIONI

Cari amici, nel 1976, il Radiocorriere TV pubblica una serie di interviste con cinque cantautori che vengono definiti “I giovani poeti della canzone”. I loro nomi sono Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Edoardo Bennato, Riccardo Cocciante e Roberto Vecchioni.

Vi abbiamo già raccontato nel nostro editoriale del 6 febbraio scorso le interviste di Venditti, De Gregori e Bennato. Oggi parliamo di Cocciante e Vecchioni.

Riccardo Cocciante nato a Saigon 27 anni fa, romano di adozione, scapolo, scrive testi per canzoni da oltre 15 anni. Ha esordito come cantautore con “Mou”, un brano caduto nell’indifferenza generale perché “troppo difficile”.  Cinque anni dopo è arrivato al successo con “Bella senz’anima”, ed ora (1976 n.d.r.) è in Hit Parade con “L’alba”.

Lui dice di essere timido e di sfogarsi con la canzone, di mettere nelle canzoni quello che non ha avuto il coraggio di dire, rabbia per un amore che finisce, per una donna stupida, per una occasione perduta. La canzone – dice – per me è vita, esperienza, credo, impegno totale.

La bella senz’anima che ha cantato nel 1974 non è certo la sua donna ideale. Dice infatti di amare le donne pulite, leali, con le quali poter avere un rapporto sentimentale ricco e completo. Qualcuno l’ha paragonato a Leopardi, ma lui risponde “non mi piace essere paragonato a nessuno, nemmeno a un poeta”.

Ho il mio pubblico – continua Cocciante – al quale do le mie emozioni, le mie sensazioni, quello che provo dentro. Possono essere anche canzoni brutte e vecchie, ma per me hanno un valore e non cambio. E se gli altri autori sono più moderni, più spregiudicati di me, più seguiti dai giovani, non ha importanza. Ho un pubblico e questo vuol dire che il cuore e l’anima non sono soltanto fatti miei. E’ già un risultato.

Roberto Vecchioni, 31 anni, milanese con genitori napoletani, tre lauree (lettere antiche, filosofia, archeologia), insegnante di greco e latino in un liceo del capoluogo lombardo e di italiano e storia in un istituto tecnico di Cesano Maderno, assistente di storia delle religioni all’Università Cattolica di Milano, ha cominciato nel 1963 a dedicarsi alla musica leggera scrivendo numerosi successi per Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Bruno Lauzi, Ornella Vanoni.

Nel 1970 ha debuttato come cantautore e tre anni dopo ha partecipato al Festival di Sanremo con “L’uomo che si gioca il cielo a dadi”. Vecchioni, sposato, una figlia di pochi mesi, appassionato da sempre di bridge, cavalli da corsa, e buona cucina, detiene un primato in fatto di premi e riconoscimenti: Premio Fiuggi di poesia con l’opera prima “A misura d’uomo” (1967), Premio della critica discografica italiana con il long-playing “Il re si diverte” (1974), due Premi Tenco riservati ai cantautori d’impegno (1974-1975), premio come migliore paroliere dell’anno sia per il genere tradizionale sia impegnato (1975).

Alla domanda se preferisce essere chiamato cantautore o poeta, Vecchioni risponde poeta, un titolo che – dice – mi spetta di diritto. Essere poeta non è una dichiarazione di superiorità, tanto meno è un merito o una qualità. E’ essere poeta e basta.

E’ una patente di primitività, di innocenza. I poeti hanno una facoltà che è rimasta soltanto ai primitivi e ai bambini, un senso animistico della natura che li spinge a dare a tutte le cose una volontà e una figura. Ogni tanto smetto di essere un cantautore spirituale, cioè un poeta, e divento un cantautore e basta.

Vecchioni difende anche le canzoni cosiddette disimpegnate (e lui ne ha scritte diverse, basti pensare a “Donna Felicità” dei Nuovi Angeli). “Dobbiamo anche divertirci, ballare magari senza nemmeno ascoltare quello che una canzone dice. I ragazzi fanno bene ad accettare anche queste canzoni, sono il loro momento di disimpegno”.